A vivere in campagna

Sergio è andato a vivere in campagna. In tanti avevamo avuto, magari anche solo per pochi giorni, il suo stesso sogno, la medesima tensione a cercarsi qualcosa di più giusto. Non necessariamente migliore ma di certo più adatto a sé, più sensato forse.

Vivere lavorando la terra, svegliarsi al canto della natura con l'unica preoccupazione di fare l'orto o sistemare il pollaio. Incontrare poche persone ma incontrarle davvero, sotto la pergola, dandosi tempi lunghi, lenti e pieni. Parlare del tempo, dei frutti, del vino. Non preoccuparsi dell'abito e in funzione di ciò a cui serve.

Quanta invidia e voglia di seguirlo quando Sergio ha dato la notizia. Poi ognuno fa i propri calcoli, i conti coi progetti e decide di restare. Magari ricavandosi un piccolo orticello con quattro verdure per non ammettere che l'idea sia del tutto buttata e che qualcosa di giusto si possa fare comunque.

Siamo tornati a trovare Sergio dopo sei mesi. E quest'evento è stato più utile e significativo del primo, perché coi sogni realizzati ci si deve misurare, li si deve incontrare per arrivare spesso, troppo spesso, a decretare che era meglio fossero rimasti solo sogni. Non che Sergio stesse fallendo nel suo progetto. Era intimamente felice; il cambio di stile di vita gli stava facendo senza dubbio bene, era abbronzato, serenamente chiacchierone.

Solo che vivere in campagna è uno stato di vita che comprende molte cose. La puzza di merda, ad esempio. Nei sogni, se qualcuno è così fortunato da sognare anche i profumi, era lavanda gelsomino o erba appena falciata o fors'anche mosto d'uva o fuoco di legna nel camino.

No, nella realtà il primo annuncio della campagna colpisce al naso e sa proprio di merda. Anche l'idea di bere latte appena munto la mattina passa attraverso l'odore acre della stalla e le nuvole di mosche che ci girano attorno.

E le chiacchiere lente e dolci con gli anziani contadini? Di fatto si finisce a parlare di disgrazie o di liti, rivalità e vecchi rancori.

La “vita in campagna” è zuppa di sudore, di fatica, di sacrifici, di attese preoccupate e delusioni. Non solo, ovviamente. Chi è nato dentro trova tutto ciò naturale ed ordinario ma chi sceglie di entrarvi non può non accettare di caricarsi sulle spalle anche questo, solo accettando a fondo questi dati di realtà la vita in campagna può iniziare a prendere senso.

È un po' come se dicessi che il sacrificio, la fatica, l'impegno non possono essere evitati laddove si volesse fare sul serio, non solo in campagna.

Se vuoi vivere in campagna devi darti disciplina.

So che disciplina è un sostantivo assai poco romantico, freddo magari, ad orecchio si direbbe antitetico alla libertà e alla creatività.

Io credo che la disciplina sia la forza, la costanza, la temperanza con la quale si accettano le fatiche sapendo bene il risultato che solo così si potrà ottenere.

Quasi sempre pensiamo alla disciplina come ad un'imposizione quindi a qualcosa di estraneo o innaturale. Eppure il sudore è corpo, pelle, carne. La disciplina quando è imposta ha il difetto di omettere appunto il senso di quello sforzo, il motivo che lo giustifica. Siamo disciplinati per timore, per soggezione, per l'incognita o la certezza di quella che potrebbe essere la pena o la punizione.

Quando invece abbiamo chiaro il compito che ci siamo dati, il traguardo da cercare e il nostro locus of control è interno allora la disciplina viene da sé.

In questo senso disciplina significa non disperdere gli sforzi, vincere le fatiche, accettare il sacrificio.

Sergio s'è dovuto dare una disciplina: nella vita che s'è scelto non può dire <Oggi no> perchè le conseguenze sarebbero pesanti. Il suo “no” non sarebbe lo scontro con qualcuno, la sfida all'autorità, la scelta controcorrente.

Quando si sceglie di vivere nella realtà ci si misura con la realtà stessa per la quale pazienza, clemenza, comprensione, favore, persecuzione non sono criteri dotati di senso.

Non c' discrezionalità: o si lavora mettendo mano alle cose oppure l'attività si ferma, muore, marcisce. Darsi disciplina è quasi una necessità. Non vuole escludere il diversivo, l'originalità e la creatività. Anzi, senza disciplina tutto sarebbe divergente, inedito e imprevedibile ma trascorso poco tempo ci si accorgerebbe di aver vagato a zonzo.

In un'organizzazione disciplinata l'originalità spicca, la creazione trova terra fertile e non rischia di restare un'effimera bolla di sapone.