Diventiamo incapaci

Quarant'anni fa le moto erano rumorose e traballanti, pesanti e inaffidabili. Ma spesso che ci si sedeva sopra le conosceva. Intendo dire che ce ne si era sporcato le mani, aveva stretto qualche vite ballerina, aggiustato l'anticipo. Nonostante quindi la precarietà del mezzo ci si poteva inventare un viaggio in Russia e ritorno. Partire senza geolocalizzatori, senza calcoli dei tempi né dei chilometri, senza idee su dove fermarsi a dormire o trovare assistenza confidando eventualmente nella semplice presenza umana. C'era fiducia, una fiducia solida e sicura in sé e nel proprio ciclomotore.

Il filo di ferro nella borsa non sarebbe mancato nemmeno sulla classica isola deserta, insieme alla chiave del dieci.

 

 

Oggi abbiamo moto velocissime, precise, leggere e filanti, affidabili. Ma non le conosciamo. Potrebbero arrivare a Pechino da Milano senza un colpo fuori posto ma non c'arrischiamo ad uscire dall'emiciclo alpino per paura di non trovare, di là, un'officina affidabile. Il primo singhiozzo del motore equivarrebbe al panico nostro.

Il libretto d'istruzioni, d'altra parte, si limita a suggerirci di controllare che la chiave sia inserita e che nel serbatoio ci sia benzina; dopodiché non resta che rivolgersi al centro d'assistenza specializzato monomarca rintracciabile tramite un'ovvia connessione alla rete www.

In fondo tutti sanno e vogliono che tu, di default, sia un incapace.

 

Non rimpiango con nostalgia le vecchie moto semplici ma inaffidabili; vorrei solo avere la stessa possibilità di fare mia una moto moderna. Di conoscerne gli sbalzi d'umore e i limiti, di fare con lei ciò che le è appropriato, di saperla smontare e rimontare dando un nome e un senso ad ogni pezzo.

A rischio di sentirmi precario ma con la certezza di arrivare, in qualunque modo, alla meta.

 

 

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